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Generalmente non si dice che una decisione ci appare; gli uomini sono talmente gelosi della propria identità, per vaga che essa sia, e della propria autorità, per poca che ne abbiano, che preferiscono dare a intendere di aver riflettuto prima di fare l’ultimo passo, di aver ponderato i pro e i contro, di aver soppesato le possibilità e le alternative, e infine, dopo un immenso lavorio mentale, di aver preso la decisione.

Se insistiamo nell’affermare che le nostre decisioni siamo noi a prenderle, allora dobbiamo iniziare con il chiarire, con il distinguere chi è, in noi, quello che ha preso la decisione e quello che poi la eseguirà.

Noi non prendiamo decisioni; sono le decisioni che prendono noi.

La prova la ritroviamo nel fatto che, passiamo la vita a compiere i più svariati atti, senza farli precedere da un periodo di riflessione, di calcolo, al termine del quale, e solo allora, ci dichiariamo in condizioni di decidere se andare a fare colazione, o far visita ad un amico, o andare in bagno, o a cercare la donna che crediamo giusta per noi.

Le decisioni accadono malgrado la nostra volontà.

 

 

Nel romanzo breve o racconto lungo di Paolo Nori dal titolo I malcontenti c’è un pezzo che comincia dicendo che quelli che erano nati negli anni venti, e che avevano vent’anni negli anni quaranta, avevano dovuto combattere perché c’era la guerra e servivano dei soldati. Quelli che erano nati negli anni trenta, e avevano vent’anni negli anni cinquanta, avevano dovuto lavorare perché c’era stata la guerra e c’era un paese da ricostruire. Quelli che erano nati negli anni quaranta, e che avevano vent’anni negli sessanta, avevano dovuto lavorare anche loro perché c’era il boom economico e una grande richiesta di forza lavoro. Quelli che erano nati negli anni cinquanta, e che avevano vent’anni negli anni settanta, avevano dovuto contestare perché il loro mondo così come era stato fino ad allora non era più adatto alla modernità e non so bene cosa. Poi erano arrivati quelli nati negli anni sessanta e che avevano vent’anni negli anni ottanta e l’unica cosa che dovevano fare, era stare tranquilli e non rompere troppo i maroni.

Il pezzo sugli anni e quelli che avevano vent’anni si fermava lì; l’autore è nato nel ’63.

Io sono nata negli anni ottanta e avevo vent’anni negli anni dieci – si dice così? – del ventunesimo secolo. Solo che a me adesso questa storia delle generazioni non mi torna tanto; si è perso il senso dei concetti e i sentimenti assoluti come diceva Carver, lo scrittore. Insomma, adesso sono saltati i confini tra le cose, così come i riti di passaggio nella vita dell’uomo non fanno più stagione.

Si va a fare la guerra in un altro paese, si ricostruiscono altri paesi, si manifesta in altri paesi, tua madre diventa tua sorella che vuole uscire con te in discoteca e tua figlia diventa l’amica di tua sorella prima che esca dalle medie, tuo padre ha gli stessi problemi lavorativi che hai tu, tuo nonno impara a navigare sul web ed è lui che ti chiama e ti dice le ultime novità.

Eppure, io mi considero tra quella generazione che ha visto nascere il cellulare, la rete e la moneta unica. Oppure tra quelli che più morti abbiamo visto, non dal vivo, chiaro, ma al telegiornale, su youtube, testate e via dicendo. I mezzi di comunicazione! Abbiamo letto del Vietnam nei libri o meglio visto Apocalypse now, a scuola abbiamo studiato la prima e la seconda guerra mondiale, abbiamo visto in tv la guerra in Kosovo, poi l’Afganistan e poi la Libia e poi… Africa? Abbiamo mai seguito veramente le guerre in Africa?

Mia madre dice che empiezo a costruir la casa por el techo – che costruisco la casa dal tetto -, per forza! Bruciare le tappe in fretta e sentirsi giovani in eterno è un’altra cosa che caratterizza la mia generazione. Solo che non saprei trovare una frase significativa per continuare il pezzo di Paolo Nori, che lui nato nel ’63, si è fermato alla propria.

Anche adesso che penso alla mia generazione non mi convince molto questa storia delle generazioni; trovo delle cose che forse unisce chi è nato come me negli anni ottanta, ma credo che si potrebbe aprire un dibattito lunghissimo perché sono certa non mi troverei d’accordo con tanti e molti con me. Noi con i forum ci abbiamo fatto un nascondiglio perfetto.

I no-global sono nostri. Anche la globalizzazione. E la parola pedofilia nel linguaggio comune. I pedofili ci sono da sempre, certo, ma questa parola prima non si usava così tanto, persino al bar o scritta sui muri.

Le baby gang, no, le baby gang sono della generazione seguente. I bulli c’erano prima, ma le gang, così come le vediamo in rete, no.

La mafia c’è da sempre ma ora abbiamo gli scrittori che scrivono sui mafiosi. Il padrino non bastava, no.

Cosa altro…

corso ticinese luglio 2011

E’ che leggendo questo romanzo breve o racconto lungo di Nori, mi sono sentita chiamata in causa ad ogni pagina sulla questione. Un personaggio – lui – che man mano che va avanti l’azione narrativa, s’interroga sulle proprie abitudini presenti e le mette a confronto con quelle proprie di ieri e con quelle di suo padre. Superficialmente, certo, non è un libro generazionale, ma sincero.

Io per esempio, leggendo il libro, ho pensato che sono distante dalla fame da una generazione. Mia nonna la pativa – mi diceva sempre che mangiavano carne, (pollo), una volta al mese quando si poteva – e poi mia madre non la patisce, anzi, la buttava e la butta spesso perché avanza dalla grigliata al mare. Poi, me, che non riesco ad aprire un mutuo o fare un figlio, sono comunque avanti di tanto rispetto a mia nonna e questo mi da una certa responsabilità che mi fa dormire male certe volte quanto sento di avere un debito con lei e le sue mancanze. Non che lei me le rimproverasse, anzi, ma lo sento dentro. Allora questa storia delle generazioni mi torna, perché lo faccio sulla mia famiglia, ed è privato, personale, singolare perché mio. Ma in generale, storicamente, su un certo numero elevato d’individui come me, mi sento un po’ come al call center, non so se mi spiego.

Forse ci vorranno altri vent’anni per capire quella frase alla Nori che possa racchiudere un’intera generazione come la mia. Cercare quella frase – cioè fare la fatica di essere semplici e assoluti – mi darebbe sollievo, perché vorrebbe anche dire che senza il senno di poi, hai una possibilità lucida per continuare a rientrare nella frase oppure no.

Ruberò parola per parola una parte del saggio “Il coraggio di scegliere – riflessioni sulla libertà” di Fernando Savater, per capire meglio una condizione umana che rende i miei giorni carichi di riflessioni, conversazioni al riguardo e lunghi silenzi.

Scegliere.

Scegliere non è mai facile eppure non agire sembra una condizione contemporanea di frequente assunzione.

La mia non è un appunto a nessuno o nessun fatto. E’ un punto di partenza che condivido perché troppi, molti, numerosi amici e non vedo come me giungere davanti a bivi importanti e diversi da quelli già vissuti in passato.

 

Scegliere.

Le mie scelte raccontano chi sono, la mia razza.

Scegliere.

Le mie scelte mi pongono da una parte o l’altra di una riga sia essa politica, sociale, morale, religiosa…ecc.

Scegliere.

Sempre e comunque.

 

Dal saggio….

Consideriamo l’uomo in se stesso. Che cosa lo definisce?

Dice Gehlen che è un essere prassico, ovvero un essere che agisce. Che vuole fare delle cose e che fa cose che vuole fare. “Agire” dev’essere qualcosa di più che  nutrirsi e riprodursi a differenza degli animali. “Agire” non significa solo attivarsi per soddisfare un istinto, bensì portare a compimento un progetto che va oltre la sfera istintiva, fino al punto da renderla irriconoscibile o da supplirne l’assenza.

 

L’azione è legata alla previsione, ma anche all’imprevisto: significa cercare di prevedere giocando con l’imprevedibilità, nella certezza della sua incertezza.

E’ un modo intraprendente di rispondere alle urgenze e alle sollecitazioni della realtà plurale, ma anche di esplorarla e di scoprire in essa le potenzialità ancora non realizzate. L’essere attivo non soltanto opera a causa della realtà, ma attiva la stessa realtà, la mette in moto in un modo che non avrebbe mai avuto luogo senza il suo intervento.

 

L’azione dà origine all’essere umano. Come ben sottolineò Aristotele distinguendo fra praxis e poiesis, l’azione non è fabbricazione di oggetti o di strumenti, bensì creazione di umanità. La praxis è auto poietica: l’attività principale dell’uomo è auto inventarsi e dare forma a se stesso.

 

Per agire si richiede indubbiamente conoscenza (per sapere, fin dove è possibile, come stanno le cose e di che natura sono) e immaginazione (per approntare virtualmente i progetti compatibili con la loro natura, in grado di portarci alla realizzazione dei nostri ideali pratici, diversi e a volte contrastanti fra loro), ma consiste principalmente nella decisione su ciò che si farà, scegliendo fra i progetti presenti nel “menù” di ciò che sembra possa essere fatto.

Agire significa essenzialmente scegliere, e scegliere consiste nel coniugare adeguatamente conoscenza, immaginazione e decisione nel campo del possibile.

 

Se agiamo per ignoranza, vale a dire senza sufficiente conoscenza o con una nozione erronea dello stato delle cose sui cui stiamo per intervenire, è giusto affermare che il nostro atto non è totalmente volontario: facciamo ciò che sappiamo, ma non sappiamo del tutto ciò che facciamo.

Se avessimo saputo di più o meglio, possiamo supporre che avremmo agito in altro modo.

Tuttavia, tale deficienza non annulla completamente la volontarietà della nostra decisione. Altrimenti, il campo delle nostre azioni si ridurrebbe prodigiosamente, perché quasi mai siamo in possesso di una conoscenza completa e del tutto affidabile delle circostanze passate, presenti e future in cui la nostra attività va a iscriversi.

 

La necessità di agire è maggiore della possibilità di conoscere.

Kant.

Noi operiamo, dunque, in base a ciò che conosciamo e a dispetto di ciò che non sappiamo o conosciamo male. In determinate scelte, l’ignoranza è decisiva e possiamo affermare che invalida completamente la volontarietà del nostro gesto: per esempio, se nel tentativo di placare la mia sete bevo un bicchiere d’acqua avvelenata che io credo limpida e sana, come accade alla fine di Amleto.

Ma in altre occasioni devo agire in base a probabilità e certezze alquanto dubbie, come quando assumo una posizione politica o decido di sposarmi.

Queste scelte sono volontarie, ma devono accettare nella loro realizzazione una componente d’incertezza e, pertanto, di involontarietà.

Naturalmente, se si viene costretti al punto di non poter scegliere (come nel caso di un prigioniero che deve gettarsi in mare, con le mani legate e spinto dalla sciabola del pirata alle sue spalle), l’atto non è volontario….

Ma è diverso il caso in cui ci vediamo costretti ad agire in un ambito ristretto di circostanze, che limitano le nostre opzioni – offrendoci, per esempio, solo l’alternativa fra il male e il peggio – senza però annullare del tutto la nostra capacità di scegliere.

Nel caso del Capitano della nave che, in piena tempesta, deve scegliere fra il gettare in mare il carico, per bilanciare la nave, o correre il rischio più grave di naufragare, o nel caso del Ferito che autorizza il chirurgo ad amputargli la gamba in cancrena, nel tentativo di salvarsi la vita, l’individuo agisce spinto dalla forza delle circostanze.

Non si può negare che in questi casi sia presente la scelta e, pertanto, la volontarietà, ma si tratta di una volontà obbligata a scegliere qualcosa che in realtà è in opposizione con la volontà più ampia del soggetto, il quale in un contesto più clemente non avrebbe fatto quella scelta.

 

Con buona pace per Aristotele, la disposizione volontaria delle nostre azioni è contrassegnata da due costrizioni irrimediabili.

La nostra conoscenza dello stato delle cose e la nostra immaginazione per presupporre alternative possibili soffrono del limite dell’incertezza.

Non sappiamo mai tutto, non siamo mai sicuri di sapere abbastanza o di non ignorare il dato più importante: l’unica cosa che riusciamo sempre a prevedere con assoluta certezza è l’agguato dell’imprevisto…

Anche quando la mancanza di conoscenza non invalida del tutto la volontarietà, comunque la condiziona pesantemente, talvolta in maniera decisiva e scoraggiante. Tuttavia, il nostro bisogno di agire va oltre l’effettiva portata della nostra conoscenza e della nostra immaginazione.

Anche se queste carenze ci limitano e, a volte, ci tradiscono, non riescono però a paralizzarci. E quella stessa necessità di agire costituisce la seconda coazione che limita la nostra volontà, perché nella maggior parte dei casi dobbiamo agire irrimediabilmente in un contesto di fatalità.

Quanto più le circostanze ci obbligano ad agire con urgenza, tanto più quelle stesse circostanze restringono e definiscono l’ambito delle nostre scelte pratiche: sono incalzanti, ma equivoche.

La combinazione dell’incertezza e della fatalità che ci spinge ad agire la chiamiamo di solito caso.

Ci aggiriamo nel caso come in un labirinto, “il labirinto degli effetti e delle cause” di cui parlò quel grande maestro di labirinti che fu Borges.

 

Ecco a voi un racconto di Frank R. Stockton che s’intitola The lady or the tiger?

Si racconta che in passato assai remoto esistesse un re semi-barbaro che amministrava la giustizia in modo allo stesso tempo spettacolare e bizzarro.

Per punire i crimini particolarmente gravi aveva concepito una singolare ordalia. L’accusato veniva condotto, in un certo giorno, nell’arena di un circo, sulle cui gradinate si affollava il popolo riunito. Davanti a lui vi erano due porte: dietro una di esse, vi era una tigre affamata; dietro l’altra, si trovava invece una bella fanciulla, seducente e verginale. Solo il Re sapeva chi fosse in attesa dietro le due porte. Il reo era costretto a scegliere immediatamente fra le due porte. In entrambi i casi, la sua sorte era segnata; se compariva la fiera, moriva dilaniato in pochi istanti; se usciva la dama, doveva sposarla seduta stante e con grandi festeggiamenti, con il monarca in persona come testimone delle nozze, annullando qualunque matrimonio o impegno contratto in precedenza. A voi decidere quale fosse il destino più crudele…

Una volta si presentò il caso di un criminale accusato di un delitto molto grave: povero plebeo, aveva avuto l’ardire di corteggiare in segreto l’unica figlia del Re, la quale aveva corrisposto appassionatamente, seppure di nascosto, il suo amore.

Per il suo giudizio nella fatidica arena, quel barbaro re cercò accuratamente la tigre più vorace, ma scelse anche la più deliziosa delle fanciulle come alternativa.

Sconvolta, la principessa innamorata si vide lacerata da una doppia angoscia: da un alto, vedere quel corpo amato e accarezzato fatto a pezzi, dall’altro assistere al matrimonio del proprio innamorato con una bella ragazza, alle cui attrattive ella sapeva bene che il giovane colpevole non era del tutto indifferente.

Con astuzie di donna e arroganza di principessa, riuscì a sapere quale fosse la porta che, nell’arena, corrispondeva ad ognuno degli indesiderati destini.

Il giovane sembrava confuso nel circo, incalzato dalle aspettative della moltitudine.

Anch’egli conosceva l’intimo dilemma dell’amata e dall’arena le lanciò unos sguardo supplichevole: “Solo tu puoi salvarmi!”. Con un gesto discreto, ma inequivocabile, la principessa indicò la porta destra. E questa scelse il condannato senza esitare.

Ora trascrivo come Stockton conclude il suo racconto:

Il problema della decisione della principessa non può essere considerato con leggerezza e non pretendo di essere l’unica persona in grado di risolverlo. Pertanto lascio che sia ognuno di voi a rispondere: Chi uscì dalla porta destra…. la dama o la tigre?

 

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