Questo “pezzo” è dedicato in particolare a tre persone: Valentina Scuderi, Marco Ripoldi e Paolo Faroni. Loro sanno meglio di altri perchè proprio oggi pubblico sul mio blog questo testo.

Voglio anche dedicarlo a tanti altri colleghi che con me hanno fatto un pezzo di strada e che per motivi diversi oggi camminiamo separatamente.

Ed infine lo dedico al mio maestro che ha già sentito questo pezzo, anche con altre parole.


L’educazione del maestro.

E’ un argomento arduo ma ricorrente: ad un certo punto del viaggio ogni allievo s’interroga sulla scuola fatta, sugli insegnamenti appresi, sul maestro e i momenti passati insieme.

Perché? La risposta è semplice: per smettere di essere allievo. Non è una domanda rivoluzionaria, non è l’inizio della guerra, è un semplice passaggio di vita; come uscire di casa.

Ma prima di addentrarci in storie personali – ogni storia lo è – bisogna ben capire che cos’è l’educazione.

Dal dizionario dicesi: formazione intellettuale e morale sulla base di determinati principi. E poi ancora: buona creanza, modo di comportarsi corretto e urbano nei rapporti sociali.

Ci viene trasmessa durante quella fase della nostra vita che va da che siamo bambini alla adolescenza. Un po’ il biglietto da visita per presentare la versione adulta del nostro io, formato, diplomato, sano ed infine educato.

E’ una faccenda importante, l’educazione, è una questione pubblica; i nostri familiari, gli amici, al lavoro, in società. I buoni o cattivi modi, la veste che fa di noi un monaco o un diavolo, l’involucro formale e pubblico.

Se avete un negozio, mettiamo una farmacia o una panetteria, cosa preferite che entri dalla vostra porta? Un signore vestito giacca e cravatta o un signore in maniche corte con tatuaggi d’ovunque e un persing sul naso? Quale dei due tirerà fuori il coltello dicendo: “Svuoti la cassa, stronzo!”.

L’educazione ricevuta crea in noi i pregiudizi. Però, l’educazione non è soltanto il nostro modo di vestire. Anche perché di solito i veri figli di puttana vestono benissimo. Magari non hanno stile, ma questa è un’altra storia.

L’educazione è una questione pubblica dicevamo; quando siamo da soli non abbiamo bisogno dell’educazione, lì siamo in intimità, e l’esempio più comune di questi casi d’intimità è il cesso; anche se io credo che al cesso siamo molto più educati che quando siamo a tavola.

No.

L’educazione non è soltanto la veste, anzi è qualcosa che nasce e cresce dentro di noi. Ed è lì che voglio puntare il dito, anzi il coltello. Se apriamo il vestito, e poi la pelle, e poi tutto il resto, dentro, oltre a tutti i nostri organi, i sentimenti, le idee e la memoria, troviamo anche l’educazione.

Ricordiamoci che chi educa, governa. E chi mal educa, comanda.

Perciò immaginate questo piccolo medio organo chiamato educazione che governa tutto il resto, persino il nostro peggior istinto animale.

I giovani per antonomasia sono mal educati, poco riconoscenti, sboccati, bamboccioni. Non c’è adulto che non abbia adoperato almeno una volta nella sua vita questa frase, magari all’autobus in coda al supermercato, o al parco vedendo qualche ombelico su un altro ombelico fare del tenero scambio di liquidi. Non dall’ombelico, è chiaro.

Perché gli adulti hanno un modo educato – non tutti certo, ma permettetemi la categoria estesa – di dire le cose, anche le peggiori. Perché si sa, una cosa terribile ma ben detta è meglio che una cosa terribile detta terribilmente.

L’educazione può diventare ipocrisia. Anche sana ipocrisia. I modi superano il contenuto, ti possono far passare dalla parte del torto.

“Ti odio perché sei un egoista e vuoi che le cose vengano fatte come vuoi tu! Solo perché ti è più comodo non metterti mai in discussione” suona meglio che un bel “vafanculo”. Può darsi. Ma la soddisfazione? Questioni di gusti, certo, questioni di gusti.

E l’educazione da chi ci viene data? Dai nostri genitori, veri o presunti, che non abbiamo scelto. Ci becchiamo quello che ci passa il convento e con il tempo ci troveremo a dire: “sono uguale che mio padre! Tale padre, tale figlio”.

Il genitore poi diventa l’insegnate a scuola e anche lì, dipende dalla fortuna, dal caso, dagli astri, dal destino. L’insegnante che poi diventa il maestro.

Il maestro però si sceglie. Quello sì. Già sia l’amico adulto del gruppo, lo zio di famiglia un po’ più libertino, quell’adulto che ad un certo punto s’avvicina a te e come per incantesimo ti da quella cosa che tu aspettavi o volevi.

Il maestro si sceglie, come meno o più coscienza, accade. E come il genitore e l’insegnante, ti segna. Solo che lui è arrivato che tu potevi già rispondere, proporre, parlare e le cose si complicano.

E qui arriviamo all’educazione del maestro.

Ah, il giorno in cui lo abbiamo conosciuto! L’innamoramento! L’ammirazione! La sensazione di essere speciale, unico per lui. Noi lo abbiamo scelto, ma lui, cazzo, ha scelto noi!

Credere che lui veramente vuole darti qualcosa, insegnarti qualcosa e quella cosa ce l’hai solo lui.

Tutti siamo rimasti colpiti, anzi fulminati dalla forza motrice del nostro maestro; in questa fase ognuno di noi ha sentito una cotta per il maestro, confessiamolo, facendo di noi l’allievo perfetto, pronto a tutto, a sacrificare qualsiasi cosa pur di seguire passo dopo passo le sue dottrine.

Cosa diceva il vocabolario? Formazione intellettuale e morale sulla base di determinati principi … Sì, ma quali principi? Quelli del maestro, chiaro.

Eravamo così presi da lui e il suo mondo da non vedere tra i suoi principi quelli giusti per noi. E come saperlo se non con il tempo? Se non crescendo?

Forse dico delle banalità, ma un uomo non nasce imparato e tutti siamo stati allievi. Chi per tutta una vita, chi per un giorno solo, ma gli occhi stupiti di chi guarda il mondo per la prima volta è una foto che ognuno di noi ha nella propria storia.

Perciò, ora chiudete gli occhi. Fatelo davvero. Tornate con la mente a quella foto, a quando eravate allievi. Ci siete? Bene. E ora pensate al vostro ipotetico o vero maestro. Ci siete? Bene. Ora aprite gli occhi.

Qual è il sentimento che provate?

Riconoscenza.

Rispetto.

Malinconia.

Rabbia.

 

Qualcuno dice che bisogna trattare i bambini come si tratta un adulto.

Qualcuno dice che bisogna trattare male i giovani per farli crescere.

Poi che i giovani devono lottare contro la generazione dei padri per affrontare l’età adulta, per affermare la propria identità.

E che il maestro va ucciso per smettere di essere allievo.

Insomma siamo cresciuti e dobbiamo crescere gli altri per diventare degli assassini, metaforicamente parlando, è chiaro.

Mark Twain diceva che l’educazione è la difesa organizzata degli adulti contro la gioventù.

Quando guardo i maestri – che loro non me ne abbiano a male, lo sto dicendo in maniera educata – quando guardo i maestri in faccia è come guardare oggi in faccia uno di sinistra. Rimani con la sensazione frustata di aver guardato una cosa che poteva essere bella ma che è sbocciata male. In potenza bene, ma in atto…. Tanto agguerriti fuori ma dentro…. hanno un’educazione che li governa tanto male!

Grande idee, meravigliose intenzioni, perfette volontà che poi una ad una cadono nel vaso di pandora del vorrei ma non posso.

Se fate una ricerca su internet o chiedete in giro: “Chi è il vostro maestro di vita?”, la extra grande maggioranza risponde: sono autodidatta.

E non parlo dei trentenni in giù, ma anche dei quarantenni rispondo così.

Il mio maestro – e qui chiudo, l’avevo detto che era una storia personale – è stato troppo buono con me, troppo generoso.

Avrebbe dovuto darmi un’educazione Montessoriana, che ne so, severa, piena di “no”, di “vedremo se sarà possibile”, di “stai al tuo posto” e di “facciamo come dico io”.

Invece no, lui è stato troppo buono. Non gli veniva di dire “no”. Non era capace.

Un po’ come quando Berlusconi doveva dimettersi e non gli veniva di dirlo.

Lui mi ha sempre ha sempre detto: “fai tu”.

Io avrei voluto tanto pigliare un bello schiaffo dal maestro. Un bel calcio nel culo al momento giusto. Essere licenziata, tipo. Oppure sentirmi dire: “Non ti voglio più!”, oppure “Ti tengo e ti pago da schifo perché te lo meriti. Devi imparare!”.

Lui no.

Troppo buono.

Ma va bene così.

Davvero.

D’accordo.

Facciamo una cosa maestro, per smettere di essere allievo, per fare la mia parte in questo benedetto ricambio generazionale, te la dico io una cosa, maestro.

Farò io lo sforzo per te, sarò io la stronza al posto tuo.

Carolina De La Calle Casanova

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