Archivi per il mese di: novembre, 2010

Ruberò parola per parola una parte del saggio “Il coraggio di scegliere – riflessioni sulla libertà” di Fernando Savater, per capire meglio una condizione umana che rende i miei giorni carichi di riflessioni, conversazioni al riguardo e lunghi silenzi.

Scegliere.

Scegliere non è mai facile eppure non agire sembra una condizione contemporanea di frequente assunzione.

La mia non è un appunto a nessuno o nessun fatto. E’ un punto di partenza che condivido perché troppi, molti, numerosi amici e non vedo come me giungere davanti a bivi importanti e diversi da quelli già vissuti in passato.

 

Scegliere.

Le mie scelte raccontano chi sono, la mia razza.

Scegliere.

Le mie scelte mi pongono da una parte o l’altra di una riga sia essa politica, sociale, morale, religiosa…ecc.

Scegliere.

Sempre e comunque.

 

Dal saggio….

Consideriamo l’uomo in se stesso. Che cosa lo definisce?

Dice Gehlen che è un essere prassico, ovvero un essere che agisce. Che vuole fare delle cose e che fa cose che vuole fare. “Agire” dev’essere qualcosa di più che  nutrirsi e riprodursi a differenza degli animali. “Agire” non significa solo attivarsi per soddisfare un istinto, bensì portare a compimento un progetto che va oltre la sfera istintiva, fino al punto da renderla irriconoscibile o da supplirne l’assenza.

 

L’azione è legata alla previsione, ma anche all’imprevisto: significa cercare di prevedere giocando con l’imprevedibilità, nella certezza della sua incertezza.

E’ un modo intraprendente di rispondere alle urgenze e alle sollecitazioni della realtà plurale, ma anche di esplorarla e di scoprire in essa le potenzialità ancora non realizzate. L’essere attivo non soltanto opera a causa della realtà, ma attiva la stessa realtà, la mette in moto in un modo che non avrebbe mai avuto luogo senza il suo intervento.

 

L’azione dà origine all’essere umano. Come ben sottolineò Aristotele distinguendo fra praxis e poiesis, l’azione non è fabbricazione di oggetti o di strumenti, bensì creazione di umanità. La praxis è auto poietica: l’attività principale dell’uomo è auto inventarsi e dare forma a se stesso.

 

Per agire si richiede indubbiamente conoscenza (per sapere, fin dove è possibile, come stanno le cose e di che natura sono) e immaginazione (per approntare virtualmente i progetti compatibili con la loro natura, in grado di portarci alla realizzazione dei nostri ideali pratici, diversi e a volte contrastanti fra loro), ma consiste principalmente nella decisione su ciò che si farà, scegliendo fra i progetti presenti nel “menù” di ciò che sembra possa essere fatto.

Agire significa essenzialmente scegliere, e scegliere consiste nel coniugare adeguatamente conoscenza, immaginazione e decisione nel campo del possibile.

 

Se agiamo per ignoranza, vale a dire senza sufficiente conoscenza o con una nozione erronea dello stato delle cose sui cui stiamo per intervenire, è giusto affermare che il nostro atto non è totalmente volontario: facciamo ciò che sappiamo, ma non sappiamo del tutto ciò che facciamo.

Se avessimo saputo di più o meglio, possiamo supporre che avremmo agito in altro modo.

Tuttavia, tale deficienza non annulla completamente la volontarietà della nostra decisione. Altrimenti, il campo delle nostre azioni si ridurrebbe prodigiosamente, perché quasi mai siamo in possesso di una conoscenza completa e del tutto affidabile delle circostanze passate, presenti e future in cui la nostra attività va a iscriversi.

 

La necessità di agire è maggiore della possibilità di conoscere.

Kant.

Noi operiamo, dunque, in base a ciò che conosciamo e a dispetto di ciò che non sappiamo o conosciamo male. In determinate scelte, l’ignoranza è decisiva e possiamo affermare che invalida completamente la volontarietà del nostro gesto: per esempio, se nel tentativo di placare la mia sete bevo un bicchiere d’acqua avvelenata che io credo limpida e sana, come accade alla fine di Amleto.

Ma in altre occasioni devo agire in base a probabilità e certezze alquanto dubbie, come quando assumo una posizione politica o decido di sposarmi.

Queste scelte sono volontarie, ma devono accettare nella loro realizzazione una componente d’incertezza e, pertanto, di involontarietà.

Naturalmente, se si viene costretti al punto di non poter scegliere (come nel caso di un prigioniero che deve gettarsi in mare, con le mani legate e spinto dalla sciabola del pirata alle sue spalle), l’atto non è volontario….

Ma è diverso il caso in cui ci vediamo costretti ad agire in un ambito ristretto di circostanze, che limitano le nostre opzioni – offrendoci, per esempio, solo l’alternativa fra il male e il peggio – senza però annullare del tutto la nostra capacità di scegliere.

Nel caso del Capitano della nave che, in piena tempesta, deve scegliere fra il gettare in mare il carico, per bilanciare la nave, o correre il rischio più grave di naufragare, o nel caso del Ferito che autorizza il chirurgo ad amputargli la gamba in cancrena, nel tentativo di salvarsi la vita, l’individuo agisce spinto dalla forza delle circostanze.

Non si può negare che in questi casi sia presente la scelta e, pertanto, la volontarietà, ma si tratta di una volontà obbligata a scegliere qualcosa che in realtà è in opposizione con la volontà più ampia del soggetto, il quale in un contesto più clemente non avrebbe fatto quella scelta.

 

Con buona pace per Aristotele, la disposizione volontaria delle nostre azioni è contrassegnata da due costrizioni irrimediabili.

La nostra conoscenza dello stato delle cose e la nostra immaginazione per presupporre alternative possibili soffrono del limite dell’incertezza.

Non sappiamo mai tutto, non siamo mai sicuri di sapere abbastanza o di non ignorare il dato più importante: l’unica cosa che riusciamo sempre a prevedere con assoluta certezza è l’agguato dell’imprevisto…

Anche quando la mancanza di conoscenza non invalida del tutto la volontarietà, comunque la condiziona pesantemente, talvolta in maniera decisiva e scoraggiante. Tuttavia, il nostro bisogno di agire va oltre l’effettiva portata della nostra conoscenza e della nostra immaginazione.

Anche se queste carenze ci limitano e, a volte, ci tradiscono, non riescono però a paralizzarci. E quella stessa necessità di agire costituisce la seconda coazione che limita la nostra volontà, perché nella maggior parte dei casi dobbiamo agire irrimediabilmente in un contesto di fatalità.

Quanto più le circostanze ci obbligano ad agire con urgenza, tanto più quelle stesse circostanze restringono e definiscono l’ambito delle nostre scelte pratiche: sono incalzanti, ma equivoche.

La combinazione dell’incertezza e della fatalità che ci spinge ad agire la chiamiamo di solito caso.

Ci aggiriamo nel caso come in un labirinto, “il labirinto degli effetti e delle cause” di cui parlò quel grande maestro di labirinti che fu Borges.

 

Ecco a voi un racconto di Frank R. Stockton che s’intitola The lady or the tiger?

Si racconta che in passato assai remoto esistesse un re semi-barbaro che amministrava la giustizia in modo allo stesso tempo spettacolare e bizzarro.

Per punire i crimini particolarmente gravi aveva concepito una singolare ordalia. L’accusato veniva condotto, in un certo giorno, nell’arena di un circo, sulle cui gradinate si affollava il popolo riunito. Davanti a lui vi erano due porte: dietro una di esse, vi era una tigre affamata; dietro l’altra, si trovava invece una bella fanciulla, seducente e verginale. Solo il Re sapeva chi fosse in attesa dietro le due porte. Il reo era costretto a scegliere immediatamente fra le due porte. In entrambi i casi, la sua sorte era segnata; se compariva la fiera, moriva dilaniato in pochi istanti; se usciva la dama, doveva sposarla seduta stante e con grandi festeggiamenti, con il monarca in persona come testimone delle nozze, annullando qualunque matrimonio o impegno contratto in precedenza. A voi decidere quale fosse il destino più crudele…

Una volta si presentò il caso di un criminale accusato di un delitto molto grave: povero plebeo, aveva avuto l’ardire di corteggiare in segreto l’unica figlia del Re, la quale aveva corrisposto appassionatamente, seppure di nascosto, il suo amore.

Per il suo giudizio nella fatidica arena, quel barbaro re cercò accuratamente la tigre più vorace, ma scelse anche la più deliziosa delle fanciulle come alternativa.

Sconvolta, la principessa innamorata si vide lacerata da una doppia angoscia: da un alto, vedere quel corpo amato e accarezzato fatto a pezzi, dall’altro assistere al matrimonio del proprio innamorato con una bella ragazza, alle cui attrattive ella sapeva bene che il giovane colpevole non era del tutto indifferente.

Con astuzie di donna e arroganza di principessa, riuscì a sapere quale fosse la porta che, nell’arena, corrispondeva ad ognuno degli indesiderati destini.

Il giovane sembrava confuso nel circo, incalzato dalle aspettative della moltitudine.

Anch’egli conosceva l’intimo dilemma dell’amata e dall’arena le lanciò unos sguardo supplichevole: “Solo tu puoi salvarmi!”. Con un gesto discreto, ma inequivocabile, la principessa indicò la porta destra. E questa scelse il condannato senza esitare.

Ora trascrivo come Stockton conclude il suo racconto:

Il problema della decisione della principessa non può essere considerato con leggerezza e non pretendo di essere l’unica persona in grado di risolverlo. Pertanto lascio che sia ognuno di voi a rispondere: Chi uscì dalla porta destra…. la dama o la tigre?

 

Questa è una lettera aperta.

Aperta perchè non nasconde un contenuto privato o destinato a un privato indirizzo.

Aperta perchè vorrebbe aprire al suo interno molte finestre dove guardare dibattiti e conversazioni meno superficiali.

Aperta perchè come una ferita prima di chiudersi, permette al sangue di vedere il mondo e sporcarlo, anche se solo per un’attimo.

 

Partiamo dalle banalità, così ci riscaldiamo.

Ieri ero a Londra e tra vari spostamenti ho mancato la diretta della seconda puntata del programma “Vieni via con me” dove Paolo Rossi faceva un suo intervento. Ho seguito però, per la prima volta in vita mia, i commenti su blog vari, facebook, siti collegati alla Rai e ho letto quello che mia madre chiamerebbe “la critica che non ci lascia vivere”.

 

Paolo è ubriaco…. Paolo è fatto…. Paolo non è in forma…. Meno male che c’è Paolo…. Ma hanno tagliato Paolo?

La lucidità è come il rincoglionimento. Hanno lo stesso effetto sull’uomo. Non avete mai detto la verità o avuto un idea molto “lucida” quando eravate ubriachi? Non siete mai stati così cinici da vedere il vero in mezzo al falso quando eravate persi in fumi altrui? Non vi hanno mai preso sul serio quando eravate rincoglioniti dalla giornata?

La bellezza dell’essere attore di Paolo è che ti fotte facendoti credere di essere lucido quando è perso e facendo finta di essere ubriaco quando vuole che tu ti preoccupi dell’ubriaco e intanto attacca. Risultato è fuori, nel senso che è fuori dalle convenzioni, e riesce a fare come vuole, ovunque.

Poi il fegato non gli permette più certe cose e questo lo sa solo chi lo conosce, veramente.

 

Sinistra di quà, destra di là, ben comune mezzo gaudio.

Alle superiori ci insegnano a mala a pena fino alla seconda guerra mondiale e ci mandano alla maturità che appena sappiamo cosa è successo mentre nascevamo nel nostro paese.

Gli ultimi quarant’anni di storia vanno studiati per capire cosa è diventato il paese e prima di aprire bocca bisognerebbe studiare, documentarsi, capire, confrontarsi anche con chi non la pensa come te.

Io sono spagnola e la vostra storia la studio tutt’oggi perchè faccio l’autrice e mi serve, perchè vivo e pago le tasse nel vostro paese, perchè prima di dare la mia opinione sulla vostra classe dirigente sento che mi devo informare.

E molto cordialmente lo suggerisco anche a voi. Soprattutto, se senza guardarci in faccia come facevano i nostri nonni, dobbiamo confrontarci tramite il web su fatti, argomenti, riflessioni di portata storica, come quello che sta succedendo oggi nel nostro tempo e spazio reale.

 

Resto o vado via. Stiamo parlando di televisione?

Io resto. Che non vuol dire che condivido il programma o come restano gli altri.

In quanto autrice di Paolo Rossi ero molto preoccupata per lui e per i nostri testi, della sua partecipazione al programma. Credo che all’Italia serva un programma televisivo diverso da quelli proposti in palinsesto, ma purtroppo, e questa è la mia umile opinione, “Vieni via con me” è diventato schiavo dei mecanismi etici, sociali, politici e culturali che voleva attaccare.

La sinistra intellettuale parla e sceglie la struttura del proprio nemico. Non metto in discussione i contenuti ( serve a questo paese che certe cose vengano dette in tv, serve alla nonna, al giovane, all’operaio sentirsi dire delle cose che non legge, ascolta, vede nella realtà dei tutti i giorni ), ma non condivido la forma, la struttura, la cornice, lo stile e di conseguenza, non vedo centrato lo scopo.

ll mio parere professionale su Paolo è che ha pareggiato come attore (e per lui vuol dire perdere) e ha vinto come persona. Ha cercato di affrontare la trasmissione come uomo.

“Vieni via con me”, a mio avviso, sta perdendo. Perchè sta lasciando fuori gli uomini e stanno prendendo dentro i showmen.

 

Io oggi come oggi resterei in silenzio. Un ora in silenzio in diretta in tv e costringerei tutti a guardare in faccia il silenzio e dopo, molto dopo, inizierei a parlare. Non è una soluzione new-age, non è una dittattura all’incontrario.

Serve all’Italia un programma televisivo diverso;

didattico perchè come diceva Jannacci “c’è mancanza di ignoranza in giro”,

di intrattenimento perchè la cultura trova nella distensione il miglior modo per pensare e riflettere, politico perchè le ideologie morte non devono diventare dei morti viventi

e infine sociale, perchè un senso civico e comunitario non può ritrovarsi soltanto nelle partite di calcio.

 

C’è però qualcosa che ancora manca.

 

Manca la parte umana in televisione. E perciò richiamo il silenzio.

 

Manca la parte umana, e chi c’era ieri in diretta in Rai sa che non c’è umanità nella televisione e se di un artista lasci fuori la persona, non ti rimane neache l’arte di questo o quell’artista.

 

L’umanità di cui parlo è assente in tutto il resto.

Perchè la televisione insegna e ha addestrato bene tutti noi ad essere sempre meno umani.

 

Appena appena esco da un certo “regime” e mi avvicino ai “vecchi modi di vivere” trovo in me

pazienza,

coraggio,

tolleranza,

volontà,

passione

e rabbia.

 

Cose che mi mancano appena appena salgo sul ring di questa democrazia di cui fanno parte, perchè al servizio, i blog, i facebook, le mail, i messaggi, i servizi, i report, le dirette su, le gite ad Avetrana….

Dovremmo, dico, forse dovremmo restare per un giorno in silenzio a riflettere. E quando dico in silenzio, dico proprio senza cellullare, connessione internet, collegameti vari.

In silenzio.

Vediamo cosa ci resta del nostro io costruito con tanta fatica, eh?

E quali saranno i commenti il giorno dopo su facebook della nostra sperienza “un giorno in silenzio”?

 

Un’ultima rilfessione…

Come artista che uomo vorresti essere?

Come uomo che artista vorresti diventare?

 

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: